Risalendo la statale, che, dalla vallata di Arsiè, attraverso
Fonzaso, si porta nel Primiero, nelle vicinanze della vecchia centrale
elettrica di Pedesalto, la sede stradale sprofonda in una galleria per
scavalcare la stretta del torrente Cismon. Questa moderna realizzazione
si discosta dal vecchio tracciato proprio all’ingresso della predetta
galleria.
Infatti il viaggiatore frettoloso non si accorge dell’esistenza
della vecchia sede stradale (una volta chiamata la Strada dei Forti),
ormai in abbandono, e limitata alla circolazione ciclo-pedonabile.
Risalendola a piedi, dopo un paio di chilometri, sempre chiusa in una
gola stretta e profonda, si giunge ad uno slargo nella roccia, dove
esiste un’edicola dedicata a S.Antonio da Padova.
Proprio in questo luogo sorgeva la tagliata stradale del Covolo di S.Antonio,
opera stradale edificata sul finire del XIX° secolo e presente durante
la I°G.M. sino alle fatidiche giornate successive a Caporetto.
Quando nel 1879 una Commissione Militare per la Difesa delle Alpi diede
il via ad un piano di costruzione di opere lungo i confini, e, tra i
vari settori per una possibile direttrice d’invasione austro-ungarica,
identificò quella del Brenta-Cismon come quella di maggior riguardo.
Così a far data dal 1884 iniziarono i lavori per la costruzione
di tagliate stradali, di forti e di opere campali.
In questa ottica, dall’analisi del territorio, emerse la situazione
legata al torrente Cismon nel tratto che va dal confine di Pontet allo
sbocco nella vallata di Fonzaso.
Nella parte terminale la vallata si restringe in una specie di forra
dall’andamento tortuoso, nella quale la strada risulta compressa
tra pareti verticali di roccia.
Risultò pertanto evidente la possibilità di bloccare la
stessa con una tagliata stradale posizionandola in un’ansa, e
più precisamente prima del bivio per Faller.
Il progetto dell’opera risulta del 28/05/1883, e venne denominato:
Tagliata al Covolo di S.Antonio in Val Cismon, dalla posizione geografica.
L’opera venne edificata nel 1886 ad una quota di 383mt., utilizzando
una stretta ansa e, con lavori di sbancamento a mezzo mine, venne realizzato
un piano su cui edificare l’opera.
Data la posizione e lo spazio ricavato, il manufatto risultava di modeste
dimensioni.
Edificato su 2 piani a forma di ferro di cavallo, addossato alla retrostante
parete rocciosa, possedeva al suo interno un cortile.
La copertura dell’opera consisteva in 5mt. di armatura cementizia
e 1mt. di terra.
La costruzione era adibita ad uffici ed alloggi per la guarnigione.
All’interno nella parete rocciosa era stata ricavata la polveriera
con il sistema “a casetta”.
Nelle parti laterali erano state ricavate 4 cannoniere, aperte sul retro,
appaiate sui 2 lati dell’opera per poter battere entrambi i settori
stradali.
Vi erano poi al 2° piano una serie di feritoie per la fucileria.
L’opera risultava edificata con pareti verticali dello spessore
di 1mt. e copertura a volta di 2mt. di pietrame.
Inizialmente al 2° piano era stata prevista l’apertura di
una 3° cannoniera, ma in seguito essa venne murata.
Lo spazio antistante l’opera risultava chiuso da muri collegati
alla struttura principale, che risultavano, a loro volta, dotati di
feritoie per la fucileria e di un’apertura per lato in corrispondenza
della sede stradale.
Antistante i muri erano stati ricavati dei fossati, rivestiti con roccia,
della larghezza di 4m..
Le aperture d’ingresso erano, a loro volta, chiuse con porte in
ferro a 2 battenti ed un ponte in ferro scorrevole, in modo da poter
essere ritirato e bloccato all’interno della struttura stessa.
Completava l’opera un muro di controscarpa con feritoie, in modo
da poter battere la zona dei fossati.
L’armamento previsto all’origine era di 4 cannoni da 42mm.
a tiro rapido posizionati in casamatta a piano terra, e 2 mitragliatrici
Gardner da 10,35mm. al 1° piano.
La guarnigione era prevista per un totale di 45 uomini, ai comandi di
un sottufficiale d’artiglieria.
Il lato positivo dell’opera era dato dalla sua posizione che ne
rendeva difficile la sua intercettazione da parte dell’artiglieria
nemica, mentre il lato negativo risultava sempre la sua posizione che
ne limitava il campo di utilizzo delle armi in dotazione.
Con il passare del tempo e l’evolversi delle tecnologie fortilizie,
l’opera nel 1912 venne definita nella relazione del cap. Pochy
Rianò come: “vecchia opera di poco valore, ma ben ubicata
per chiudere la rotabile”.
Con l’apertura delle ostilità con l’Austria, data
la sua posizione di 2° linea ed all’assenza di altre opere
in zona, venne mantenuta in efficienza.
Da segnalare che il servizio informativo dell’esercito austriaco
risultava sempre a conoscenza della situazione complessiva delle fortificazioni
italiane, spesso con continui e precisi aggiornamenti.
A seguito dell’arretramento dell’esercito nemico su posizioni
maggiormente difendibili (nel VII° settore dal confine di Pontet
alle cime del Lagorai e del Passo Rolle), vi fu il conseguente avanzamento
delle truppe italiane della 15° Divisione, ai comandi del ten.gen.
Lenchantin.
Gli ordini impartiti dal Quartier Generale, rientranti nell’ordine
N°246G del 27/05/15, erano precisi e relativi ad uno stato di difesa,
nell’attesa della risposta nemica.
Nel 1915 si assistette al disarmo delle opere fortificate di 2°
linea, in quanto la situazione del parco-cannoni della 1° linea
era chiaramente deficitaria e la presenza di dette armi era richiesta
altrove.
Contemporaneamente venne riorganizzato (causa il contemporaneo esodo
di personale legato al trasferimento delle armi) il settore, così
la tagliata venne presa in carico dalla 14°Comp-M.T. del 7°
Artiglieria da Fortezza, e le armi passarono di competenza alla 594°Batteria
di Artiglieria da Fortezza.
Nel 1916, l’anno della Strafexpedition (i cui punti nevralgici
risultarono a latere del settore), venne deciso in data 21/03 di togliere
3 pezzi da 42mm. dalla tagliata e di trasferirli nella zona di Pieve
Tesino.
Il 23/11 il Corpo d’Armata comunicava che: “con effetto
immediato si dispone la radiazione della Fortezza Brenta-Cismon”.
Logica conseguenza fu da una parte la trasformazione dei forti a semplici
magazzini, dall’altra le tagliate in semplici comandi per il controllo
stradale, affidandole ai carabinieri.
Il 1917 iniziò e continuò sino al 24/11 in assoluta tranquillità.
Infatti l’offensiva degli Imperi Centrali, pur avendo come obiettivo
principale quello di ricacciare le truppe italiane lontano da Trieste
per dare un periodo di respiro alle proprie truppe, colse le truppe
italiane di sorpresa, ed alla fine lo stesso Stato Maggiore fu costretto
ad ordinare la ritirata, che, nel ns. settore di competenza, prevedeva
il ritiro di tutte le truppe sino al Monte Grappa in 10gg..
Con il costante arretramento dalle vette del Lagorai, le truppe italiane,
incalzate dai reparti austriaci, ripercorsero la Strada dei Forti, e
quindi la tagliata del Covolo di S.Antonio.
La sera del 09/11 venne ordinato dal gen. Tettoni, comandante del XVIII°
C.A. di porre la massima resistenza alla tagliata, al fine di permettere
il passaggio della colonna dei ritardatari.
Nella stessa missiva veniva chiaramente detto sia ”richiesta una
resistenza disperata sino allo spasimo”, che “confermato
l’indisponibilità di alcun rinforzo”, e che “l’estremo
atto doveva intendersi la distruzione dell’opera al fine di rallentare
al massimo l’avanzata nemica”.
Il 11/11 la pressione austriaca si fece soffocante a tal punto che ormai
aveva permesso manovre avvolgenti, tali da portarle a fondo-valle.
Con il rapido evolversi della situazione, le infiltrazioni austriache
erano giunte oltre la linea di difesa italiana tra il Covolo e il Croce
d’Aune, e puntavano decisamente su Fonzaso.
La difesa della tagliata era affidata alla 153°Comp. del battaglione
Monte Arvenis, al comando del cap. Candoni, a cui erano aggregati i
genieri della 7°Comp.Minatori, agli ordini del serg. Rusconi, che
avevano già provveduto a minare sia il vicino ponte Serra, sia
la conduttura della centrale elettrica di Pedesalto, che la stessa tagliata.
Le cariche di demolizione erano state posizionate all’interno
degli edifici, nel fossato meridionale e sotto la massicciata stradale.
Alle ore 22,00, considerata ormai la vicinanza del nemico (si trattava
di reparti del IV/87°) sulla strada e la sua manovra a tenaglia
che lo avrebbe portato direttamente alle spalle dell’opera stessa
venne deciso di far esplodere le cariche nelle 3 opere.
L’esplosione, accresciuta dalla presenza della gelatina esplosiva
contenuta nella polveriera, produsse l’effetto di aumentare la
forza d’urto ed il relativo spostamento d’aria, causa la
presenza alle spalle dell’opera della parete montuosa.
Gli effetti furono chiaramente devastanti: le opere murarie furono letteralmente
sventrate e scagliate nel greto del Cismon, unitamente alla massicciata
stradale.
Nell’esplosione persero la vita 2 genieri.
Evacuata la zona dalle truppe italiane, la situazione divenne di una
normale tranquillità, in considerazione che ormai si trattava
di retrovie austriache.
Contemporaneamente i genieri provvidero a ristabilire le comunicazioni
stradali, e così lo spazio su cui era esistita la tagliata venne
riempito e pareggiato con i detriti rimasti in loco, e la circolazione
di mezzi e uomini riprese regolarmente.
La nuova situazione rimase stabile sino al 11/18, quando, esaurita la
spinta offensiva austriaca del 06/18, si registrò la controffensiva
italiana, che sconvolse le ormai troppo logore truppe imperiali.
Il seguito, ormai noto a tutti, vide il dissolversi dell’esercito
nemico.
Pertanto la viabilità riprese normalmente e tutti si dimenticarono
dell’esistenza di quella tagliata.
Le fotografie allegate si riferiscono a:
1) Cartina;
2) Vista completa;
3), e 4) Particolari;
5) Resti del covolo;
6) Strada per Faller;
7), e 8) Feritoie delle postazioni lungo la strada;
9) Centrale di Pedesalto;
10)Cartina di fonte austriaca dell’opera;
11) Vista della fortificazione all’inizio della guerra;
12) Soldati italiani in transito lungo la fortificazione;
13) Soldati austriaci in transito verso il Grappa;
14) Centrale di Pedesalto al passaggio delle forze austriache.