FORTE LEONE
Il forte di Cima di Campo

Risalendo la strada del Col Perrer da Arsiè in direzione Castel Tesino, passato il comune di Perrer, dopo circa 12km. si giunge ad un bivio in località Casera Celado; sulla sinistra si distacca uno sterrato con la segnalazione “Cima di Campo”, e, dopo aver attraversato degli ex-accantonamenti (erano utilizzate come caserme per i militari del forte nel periodo di riposo) in abbandono, dopo 3 Km. si giunge sulla spianata antistante l’opera fortificata di Cima di Campo, meglio conosciuta come Forte Leone.
Si trattava di un imponente opera di fortificazione (e per quei tempi era certamente la più moderna in Italia), facente parte dello Sbarramento Brenta-Cismon.
A partire dal 1903 uno speciale comitato governativo fu incaricato di pianificare una cintura fortificata da posizionare ai confini, valutando quelle già esistenti (da potenziare o dismettere) ed individuando nuove località su cui edificare, sempre tenendo d’occhio i relativi capitali man mano disponibili.
Purtroppo lo svolgersi di questo studio non assunse, specialmente per il settore nord-orientale, un andamento omogeneo e razionale, anzi il procedere risultava spesso slegato o troppo legato alla situazione contingente del nemico.
Per quanto riguarda il settore Brenta-Cismon la situazione si presentava completamente diversa, in quanto l’Austria non aveva mai provveduto ad opere di fortificazione, per cui agli italiani toccò la possibilità di edificare in completa libertà.
In questa situazione la commissione identificò 3 punti focali per chiudere sia la Valsugana che la contigua Valle del Cismon: Monte Lisser, Cima di Lan e Cima di Campo.
Pertanto si provvide a dare il via alle 3 fortificazioni.
La posizione di Cima di Campo era già stata fortificata con uno spianamento ed un modesto terrapieno in località Malga Campo.
Inoltre il responsabile dello sbarramento stradale di Primolano, ing. Giovanni Ivanoff, si era reso conto come quanto realizzato in valle (alla luce soprattutto dei progressi fatti dalle artiglierie) era facilmente superabile senza una copertura situata in posizione sovrastante.
Infatti Cima di Campo risultava molto interessante in quanto a strapiombo sulla valle, ma comodamente raggiungibile dalla Valle del Cismon.
Purtroppo la copertura finanziaria fu resa disponibile solo nel 1906, per cui i lavori iniziarono sotto la direzione del cap. del Genio Antonio dal Fabbro solo dal 04/1906.
Il terreno era già stato acquisito dallo stato nel 1880 per ragioni strettamente militari; di conseguenza era stata ampliata la strada del Col Perrer dalla parte di Arsiè e rafforzata in vista del massiccio trasporto a cui sarebbe stata sottoposta.
Le avverse situazioni meteo (basta dire che sulla sommità in data 01/04/06 esistevano ancora oltre 3mt. di neve, ed il 25/04 ancora 2mt.) ritardarono gli inizi dei lavori al 01/05 quando la ditta Gorza iniziò la costruzione dei fabbricati, relative alle caserme, posizionati al bivio della strada.
Vennero realizzate le cisterne per l’acqua piovana, che veniva filtrata attraverso ghiaia di fiume e carboni attivi.
Successivamente si iniziò lo sbancamento della vetta per la realizzazione dei fabbricati del forte con le relative gettate di cemento; e, quanto venne spostato, venne poi posizionato nella parte anteriore per aumentare il terrapieno di scarpa.
L’utilizzo della pietra locale, prelevata da una vicina cava (tuttora visibile), aveva sollevato alcuni problemi, in quanto troppo influenzata dagli agenti atmosferici, per cui si decise l’utilizzo del pietrame ricavato dallo stesso scavo, relegando l’altra ad abbellimento esterno delle opere.
Nel 07 venne realizzata una teleferica (mossa da un motore a vapore con 32 vagoncini, e del costo complessivo di £. 110.000), che, attraverso 2 tronchi, avrebbe portato il materiale dai pressi della stazione ferroviaria di Primolano (in località Prà del Bèc, ove tuttora esiste l’ancoraggio in cemento della fune portante), prima al Col dei Barc, e successivamente in vetta alla Cima di Campo.
Per la manovalanza vennero utilizzati inizialmente 200/300 operai (che nel 10 raggiunsero il numero di 500), essenzialmente trentini della Valsugana, abili operai specializzati, con turni giornalieri di 10h. ed una paga compresa tra £. 1,80 e le £. 3,50.
Naturalmente fu facile per gli stessi austriaci inserire tra queste persone propri ufficiali dell’esercito, che provvidero a riferire sia sulla tipologia della fortificazione che del procedere dei lavori (infatti la documentazione attuale sull’opera risulta essenzialmente di provenienza austriaca).
Nel 12 lo stesso re Vittorio Emanuele III° visitò il cantiere, durante le opere di rifinitura, del Forte “Leone” (come era stato battezzato causa la sua imponenza).
Alla fine dello stesso anno il cap. Pochy Rianò, delegato dallo stato maggiore ad un controllo delle opere (in quanto erano già state consegnate le 180 cupole corazzate ordinate a fabbriche italiane, inglesi e francesi), visitò il forte ormai completato ed armato, con le prove di tiro che confermarono l’ottima posizione scelta.
L’opera, edifica a quota 1.512mt, si presentava con parti distinte e separate, ma collegate tra loro da passaggi coperti.
La postazione per il combattimento lontano era costituita da un grosso blocco di cemento e pietra (quindi non armato con travi metalliche, soluzione sempre applicata nelle fortificazioni italiane) dalle misure di 15mt. di larghezza e 85mt. di lunghezza, dalla forma spezzata in 3 segmenti, in cui erano stati posizionati 6 pozzi (il massimo per le fortificazioni italiane) di batteria, dotati di cannoni da 149A e copertura con cupole corazzate Armstrong, ed al centro una cupola più piccola, per l’osservatorio, girevole del tipo Gruson.
Lo spessore del cemento risultava di 2,5mt. con ulteriore ricopertura in terra ed erba per meglio mimetizzare il tutto.
Le cupole pertanto avevano una leggera sopraelevazione, in modo da poter avere la massima visibilità per tutti i 360°.
Pertanto la parte relativa alle batterie, in posizione avanzata, era collegata tramite 6 accessi a scalini ad un sottostante corridoio che attraversava l’intero fabbricato.
Tra le rampe di accesso ai pozzi erano stati ricavati delle riservette per il munizionamento, ed al centro il locale per la direzione del tiro (sotto la cupola osservatorio).
Sempre al centro, in una nicchia, erano stati ricavati dei pozzi verticali, profondi 11,5mt. per i montacarichi dediti al trasferimento dei proiettili, che raggiungevano una sottostante poterna, che collegava il blocco batterie al corridoio centrale del blocco caserme.
Esisteva una 2° poterna, sul lato destro della precedente, che collegava il corridoio di manovra con il I° piano del blocco caserme, attraverso una porta blindata ed una scalinata in cemento con gradini a bassa alzata e larga battuta.
Il dispositivo per la difesa vicina si sviluppava intorno al complesso delle batterie.
Era costituito da 2 opere intercomunicanti: una esterna formata da una profonda trincea in cemento, dotata di gradino di tiro e relativa banchina di appoggio sul parapetto con numerose mensole per mitragliatrici su treppiede, che serviva ai fucilieri per la difesa dell’opera; una interna formata da un corridoio protetto in cemento con numerosi accessi alla parte esterna, dotati di scalini, che permettevano ai soldati di spostarsi nell’opera rimanendo comunque al coperto.
Inoltre dal corridoio interno si staccavano 6 corridoi pianeggianti che raggiungevano altrettante postazioni, dotate di cupole corazzate Gruson, girevoli e retrattili, dotate di mitragliatrici Maxim mod.06 su treppiede (originariamente Gardner).
Erano posizionate 2 sul lato sinistro, 3 frontalmente, ed 1 sul lato destro, con le ultime di destra che potevano usufruire a loro volta di una propria direzione di tiro, dotata di un osservatorio corazzato Schneider con periscopio panoramico retrattile.
Completavano l’opera 2 poterne a gradini che l’univano al blocco caserme ed 1 al blocco batterie.
Il blocco caserme era costituito da un edificio lungo 81mt. e largo 13mt., edificato su 2 piani.
Era stato realizzato tramite lo sbancamento di una parte della vetta, parallelamente al blocco batterie, per cui risultava protetto dalla stessa roccia, da cui era isolato da un’intercapedine di 50cm. contro l’umidità.
Edificato in cemento e pietra (dello spessore di 2,5mt.), presentava all’interno i corridoi trasversali di collegamento; ed era costituito da 12 casematte allineate, con l’ingresso principale posizionato a sinistra della casamatta N°10, chiuso da un portone metallico a doppio strato di lamiera da 1,2cm. ed intercapedine di 4cm. riempito da cemento, a prova di granata.
Dall’ingresso si poteva accedere al 1° piano tramite una scalinata, mentre altri 2 ingressi, ai lati del precedente, introducevano al corridoio centrale.
Al piano terra erano posizionati: il comando, l’infermeria, l’ambulatorio, il magazzino viveri, uffici, depositi attrezzature ed un magazzino per le fotoelettriche.
Nella casamatta N°13, suppletiva e sporgente, vi era il generatore di corrente elettrica (con motori diesel), il sistema di riscaldamento ad aria calda, e la cucina. Sotto il piano del corridoio (delle 12 casematte) erano state ricavate 3 cisterne sotterranee per la raccolte dell’acqua, mentre sotto la N°13 era stata ricavata la cisterna per la nafta.
Al I° piano erano state ricavate 11 camerate per la guarnigione di turno con pavimenti ricoperti da tavole di legno.
L’ultimo locale sulla destra si trovavano i servizi igienici ed il compressore per la ventilazione.
Antistante il blocco caserma esisteva un ampio cortile di gola, chiuso da un muro di pietra alto 2,5mt e spesso 50cm., dotato di numerose feritoie, per i fucilieri, protette a loro volta da piastre corazzate.
L’intera opera risultava cinta da un vallo perimetrale: sul fronte principale e sul fianco destro era costituito da una scarpa, con moderata pendenza, dotata di una rete permanente di reticolati, e controscarpa verticale, rivestite con pietre squadrate e profondo 5mt.; sul fianco sinistro, non potendo provvedere allo scavo causa la pendenza, si era provveduto ad erigere un muro di cemento sul quale era stata innalzata una cancellata metallica alta 4mt., integrata da reticolati; e sul fronte posteriore di gola era stato realizzato un fossato, largo 5mt. e profondo dai 3 ai 6mt. con andamento spezzato, che richiese 4 gallerie di scarpa, per coprire i settori di tiro per la difesa e collegate da poterne al blocco caserme.
L’ingresso era caratterizzato da un cancello metallico e da un sottostante ponte metallico retraibile (con movimento manuale) sotto il piano calpestabile.
Da segnalare inoltre la presenza di 2 postierle che, dalla base del muro di controscarpa frontale, si protraevano verso il fronte scosceso per alcune decine di metri ad andamento piano, e si aprivano all’esterno con la presenza di posti di guardia e protetti da reticolati e porte corazzate, avendo inoltre già previsto e realizzato dei fornelli di mina nelle pareti per la loro distruzione.
Per concludere un accenno alla polveriera.
Ripercorrendo il tragitto alla rovescia, dalla base dei montacarichi (che provvedevano ad innalzare i proiettili al corridoio del blocco batteria) vi era una linea di rotaie a scartamento ridotto (40cm.) che, attraverso la poterna, giungeva nel corridoio del blocco caserme, dove una piattaforma girevole permetteva ai carrelli di ruotare di 90°, così da percorrere il corridoio sino alla fine nella parte sinistra.
Da qui un camminamento protetto con andamento spezzato (per cui erano richieste altre 2 piattaforme girevoli) giungeva all’ingresso della polveriera.
Qui si trovavano 2 locali, edificati con tetto in legno e lamiera ed adibiti al confezionamento delle cariche, da cui, dopo un portone metallico, si dipartiva una galleria in cemento in discesa sino alla profondità di 15mt., ove sulla sinistra c’era un ampio locale di 30x8mt. in cemento con soffitto a volta (costruzione realizzata con il sistema “a casetta in caverna”), in cui erano allestiti un deposito di granate ed uno di balistite.
Il tutto era stato realizzato secondo i sistemi di sicurezza in uso con l’utilizzo di materiali non ferrosi ed ampia intercapedine per il movimento dell’aria.
Esternamente all’opera esisteva, sul lato destro, un camminamento/trincea lungo oltre 300mt. che raggiungeva la località Casere di Col di Gnela, ove esisteva una ridotta trincerata; e sul lato frontale, a circa 1km., esisteva un caposaldo trincerato protetto da reticolati.
La destinazione di queste 2 opere era quella di impedire un avvicinamento da parte nemica.
Anche la posizione del Col dei Barc venne fortificata con un opera interrata e dotata di 4 cannoni da 75A.
Con la nuova situazione politica del 04/15, che vedeva l’Italia abbandonare l’alleanza con l’Austria e Germania, l’Alto Comando aveva elaborato una nuova strategia, con la quale veniva deciso di mantenere uno stato difensivo lungo il confine tra lo Stelvio ed il Cadore, mentre l’offensiva era stata prevista dalla Carnia sino al mare, in modo da potersi congiungere con le forze serbe e così schiacciare l’Ungheria e congiungersi con i russi.
Pertanto la presenza delle ns. fortificazioni, posizionate a ridosso del confine, venne messo in discussione alla luce di quanto dimostrato da mortai/obici austro-tedeschi con la loro tremenda e devastante potenza.
Conseguentemente fu ritenuto indispensabile la conquista di una fascia di territorio nemico per evitare la loro istallazione.
In contemporanea lo stesso Stato Maggiore austriaco aveva definito, causa sia la mancanza di fortificazioni che la scarsità di truppe nella zona, una manovra di ritiro su una linea difensiva più favorevole ed assumendo un carattere strettamente difensivo.
Ritornando al forte, esso era presidiato dalla 7° comp. del 9° rgt artiglieria da fortezza ai comandi del mag. Bevilacqua.
Il 23/05/15 venne proclamato lo stato di resistenza nel settore Brenta-Cismon, mentre alle 01,00 del 24/05 venne emesso l’Ordine di Operazione N°1, con cui si imponeva un’avanzata ed occupazione di una fascia territoriale nemica.
Malgrado il deciso arretramento austriaco, le truppe italiane avanzarono molto lentamente, raggiungendo solo il 05/06 il limite massimo di penetrazione.
Causa la mancata resistenza nemica le fortificazioni non effettuarono alcun tiro di supporto all’avanzata, giungendo inoltre a registrare come il nuovo fronte risultasse al limite od eccedente la gittata delle batterie.
Alla luce della nuova situazione e considerato lo stato degli armamenti disponibili (basta citare per esempio che nel 05/15 l’Austria poteva disporre di oltre 5.000 mitragliatrici moderne, come la Schwarzlose mod.08, mentre l’Italia era entrata in guerra con sole 612 mitragliatrici), specialmente per quanto riguardava l’artiglieria, dove il fabbisogno risultava almeno del triplo e, soprattutto, moderne (in acciaio e non in ghisa), venne deciso di prelevare gli armamenti dalle fortezze, e, dopo averli infulcrati su affusti campali (spesso di costruzione artigianale), di trasferirli in località ove sarebbero stati necessari.
Questa decisione, inizialmente utile, si sarebbe dimostrata fallimentare in seguito, quando le stesse fortificazioni, ridotte a semplici magazzini, non ebbero la possibilità di contrastare l’attacco austriaco del 1917 ed alla fine denunciarono il totale fallimento della politica italiana sulle fortificazioni e relativo sforzo finanziario.
Così dalla metà del 06/15 si assistette al prelievo dei cannoni e relativi munizionamenti.
Il 06/07 dal forte vennero prelevate 8 mitragliatrici Gardner e relativi treppiedi; il 20/08 vennero sfilati i primi 3 cannoni; il 26/08 vennero prelevate le granate da 149; il 27/08 altri 2 cannoni vennero sfilati; il 07/11 vennero prelevate altre 4 mitragliatrici Maxim; ed il 13/01/16 venne prelevato anche l’ultimo cannone.
Le armi del forte servirono a formare la 590° btg. Artiglieria da Fortezza.
Per cercare di ingannare l’osservazione nemica (purtroppo non riuscita), venne deciso di inserire nelle cupole dei tronchi d’albero verniciati, per simulare la presenza delle armi.
La Strafexpedition, lanciata il 15/05 dal gen. Conrad, essenzialmente nella zona degli Altipiani, aveva comunque investito anche il settore Brenta-Cismon.
Solo l’esaurirsi dell’offensiva austriaca aveva salvato le truppe italiane dallo sfondamento, ed aveva evidenziato come l’avere smantellato le artiglierie nelle fortezze, fosse stato un grave errore.
Infatti , di conseguenza ed urgentemente, erano stati nuovamente inseriti nel forte 2 cannoni da 149A.
Il 08/06 essi aprirono finalmente il fuoco in appoggio alle truppe impegnate sulla piana di Marcesina.
Anche la controffensiva italiana, voluta dal gen. Cadorna come risposta, tesa alla riconquista dei territori persi (anche se il nemico aveva già provveduto a ripiegare su un fronte più sicuro e trincerato), aveva visto impegnati i 2 cannoni superstiti.
Il 16/06 vennero sparati nuovi colpi, ed il 17/06 venne ripreso il fuoco di appoggio, ma il pezzo della cupola N°2, causa il surriscaldamento, subì un’esplosione interna alla canna, che distrusse l’arma.
Poichè i combattimenti si erano spostati in zone fuori dal tiro dell’unico cannone rimasto, in data 30/06 venne deciso di recuperarlo nuovamente, che, infulcrato su affusto, venne trasferito in Valsugana.
Con l’aumentare della presenza di velivoli nemici, il 18/08 venne deciso di utilizzare il forte come posto d’osservazione.
Nei successivi mesi l’opera venne inizialmente utilizzata come infermeria, magazzini, alloggi per le truppe e sede di corsi sull’impiego di nuove armi; ma il 23/11 venne deciso il completo smantellamento del sistema fortificato Brenta-Cismon, così le opere vennero definitivamente trasformate in semplici magazzini per generi misti.
Subentrò così un lungo stato di letargo, che venne drammaticamente svegliato il 24/10/17.
L’attacco sferrato dall’esercito austriaco, appoggiato da reparti tedeschi, nella zona di Caporetto, aveva travolto completamente le linee italiane, obbligando il ns. esercito ad una precipitosa ritirata sino al Piave.
Il 26/10 venne ordinata la ritirata dai territori del Cadore fino alla Valsugana, ma le operazioni furono iniziate solo il 05/11, e si conclusero in 10 giorni.
L’operazione di ripiegamento, nel settore Brenta-Cismom, avvenne abbastanza regolarmente, seppur incalzata dai reparti austriaci, utilizzando, dove possibile, strutture esistenti come punti di resistenza.
Sotto questo aspetto il Forte Leone divenne sede del btg. Monte Pavione, con l’ordine di provvedere ad una linea di resistenza per il tempo necessario allo sfilamento dei reparti dal Tesino.
A conclusione dell’operazione si sarebbe dovuto provvedere alla distruzione dell’opera, prima del ripiegamento.
Naturalmente se le fortificazioni fossero state ancora armate, avrebbero potuto dare un maggiore apporto a fermare il nemico.
Il 11/11 le truppe nemiche ormai si erano avvicinate alla linea difensiva antistante il forte.
La situazione diveniva molto pesante, in quanto gli austriaci avevano raggiunto abbastanza velocemente la pianura lungo il torrente Cismon, mentre in Valsugana doveva ancora effettuarsi il ripiegamento della truppa.
Pertanto veniva richiesta la massima resistenza alle truppe posizionate a Cima di Campo ed al vicino Forte Cima di Lan.
Il 12/11 il 1° e 9° Gebirgsbrigade, dopo aver occupato il Col Perrer, avevano iniziato ad avanzare verso il forte, obbligando gli alpini del Monte Pavione a ripiegare dentro l’opera, dalla quale riuscivano a tener testa agli Standschutzen e Landsturmern, che comunque avevano completamente accerchiato l’opera, bloccandone la 149° comp. e lo stato maggiore del btg. con il suo comandante, mag. Olmi.
Al mattino del 12/11, in una sua ultima comunicazione, dal comando il gen. Tettoni ordinò la resistenza ad oltranza.
L’assalto al forte venne portato sul lato sinistro con l’ausilio di batterie da 75 e 105mm..
Verso le 16,00 venne ordinato alla truppa di ripiegare all’interno del forte; vennero distribuito quanto rimaneva delle scorte.
Alle 16,30, dopo una potente deflagrazione, venne vista la colonna di fumo innalzarsi dal vicino forte di Cima di Lan.
Alle 17,00 venne ordinato al mag. Olmi di ripiegare, ma ormai la sorte era stata segnata.
Un nuovo attacco austriaco, condotto sia frontalmente che avvolgente, portò gli assalitori sino al cortile di gola.
Ormai la situazione risultava segnata per gli occupanti italiani, malgrado ciò, verso le 18,00 venne tentata una fuga attraverso una pusterla, ma solo una ventina di soldati riuscirono, nella nebbia, a fuggire verso valle.
Senza più munizioni al mag. Olmi non rimase che arrendersi.
L’opera era stata precedentemente minata nei blocchi caserma e batterie, ma il repentino assalto nemico non ne permise il brillamento.
Con il fronte ormai posizionato sul Monte Grappa, il forte venne utilizzato dagli austriaci sia come materiale propagandistico (anche l’imperatore Carlo d’Asburgo lo visitò facendosi fotografare) che come deposito del genio ed alloggio per reparti in transito.
La vita dell’opera proseguì in questo stato sino al 24/11/18, quando l’Italia sferrò l’offensiva detta “ di Vittorio Veneto”, sotto la quale l’esercito austriaco, dopo un’iniziale fiera resistenza,crollò definitivamente.
A seguito dell’avanzata delle truppe italiane, i reparti austriaci, di stanza al forte, decisero di far esplodere le munizioni rimaste, provocando così danni al corridoio delle batterie ed alle volte e pareti interne del blocco caserme con il conseguente distacco del muro frontale sul fronte di gola.
Quanto rimasto, dopo le spogliazioni effettuate dagli stessi austriaci (materiale ad uso militare), venne prelevato lasciando l’opera così alla mercede del tempo.
Con la fine della guerra sul forte calò il silenzio e l’oblio del tempo.
Solo nel 2001 vennero iniziati dei lavori conservativi, con lo sgombero dei detriti ed il riattamento dei locali, compreso la messa in sicurezza della facciata.

Le fotografie si riferiscono a:
1) Cartina;
2), 3), e 4) Vista del forte dal settore di gola;
5) Spigolo del fossato di gola;
6) Fossato frontale;
7) Vista frontale dell’opera;
8), e 9) Pozzo di batteria;
10) Trincea per difesa ravvicinata;
11), e 12) Sede della torretta retrattile per mitragliatrice;
13) Cartina di origine austriaca;
14), e 15) Vista del forte nel 06/1916;
16) Vista invernale;
17) Foto del forte in cui si può osservare il falso armamento delle cupole;
18) Le cupole del Forte dopo l’arrivo degli austriaci;
19) Foto che ritrae l’imperatore Carlo d’Asburgo sul forte.

Giorgio Dorati
Bibliografia:

L.Girotto – 1866-1918. Soldati e fortezze tra Asiago ed il Grappa – Ed. Rossato
Archivio fotografico: Giorgio Dorati - Luca Girotto
 


foto 1


foto 2

foto 3

foto 4

foto 5

foto 6

foto 7

foto 8

foto 9

foto 10

foto 11

foto 12

foto 13


foto 14


foto 15


foto 16

foto 17

foto 18

foto 19